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Il mito della Golden Age

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Il mito della Golden Age
Da Vermeer a Rembrandt
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Inaugurazione della mostra• Proveniente dalla Frick Collection di New York, la mostra intitolata “Il mito della Golden Age – Da Vermeer a Rembrandt” sbarca a Bologna a Palazzo Fava. Curata da Marco Goldin e, tra gli altri, Emilie Gordenker, direttrice del Mauritshuis Museum, si compone di 37 capolavori fiamminghi appartenenti alla collezione della Royal Picture Gallery Mauritshuis dell'Aia (di Renato Corpaci).


La ghiotta occasione coincide con la ristrutturazione in corso al museo olandese, che prevede una durata di due anni. Nel frattempo, per la prima volta in trent'anni, la selezione ha viaggiato per il mondo: il Tokyo Metropolitan Art Museum, il City Museum di Kobe, il De Young Museum of Fine Arts di San Francisco, l'High Museum of Art di Atlanta e, appunto, la Frick Collection. A palazzo Fava, unica tappa europea, prima del loro ritorno alla base, i pezzi esposti resteranno dall'8 febbraio al 25 maggio 2014. Comprendono una selezione di 37 capolavori scelti da Edwin Buijsen, responsabile del Mauritshuis per le collezioni, che includono la celeberrima opera di Jan Vermeer: Ragazza col turbante (c. 1665), meglio conosciuta come Ragazza con l'orecchino di perla – dal romanzo di Tracy Chevalier e dall'omonimo film di Peter Webber – oltre allo squisito, minuscolo Cardellino (1654) di Carel Fabritius.

Pieter Claesz’s Vanitas, natura morta (1630) Jan Vermeer, Ragazza con orecchino di perla
Jacob van Ruisdael, Vista di Haarlem con terreno evanescente
Jan Steen, «Quando i vecchi cantano, i giovani fischiettano»

Trentasette opere, quindi – ritratti, paesaggi, scene di genere e nature morte – che rappresentano un esempio emblematico dei modelli e dei temi che hanno ispirato artisti e collezionisti durante l'epoca d'oro della potenza commerciale olandese.

Per comprendere il lavoro di Johannes Vermeer e compagni, infatti, occorre prima di tutto immergersi in una zona geografica e in un periodo storico. Alla fine del 1500, al termine di una guerra sanguinosa con la cattolica Spagna, i Paesi Bassi, borghesi e protestanti, si avviarono verso un secolo di forte espansione commerciale e finanziaria sostenuta da una flotta numerosa impegnata in un intenso traffico con l'Oriente. I benestanti olandesi presero così il posto che era stato fino a quel momento della Chiesa nel commissionare dipinti ai più validi artisti del tempo. Se, in nome di un fondamentalismo iconoclasta, i muri delle chiese protestanti restavano rigorosamente disadorni, le case dei mercanti si arricchivano di opere d'arte; se sparivano i grandi affreschi, prosperava la pittura a olio su tele di medie e piccole dimensioni, più adatte a essere ospitate sulle pareti delle case private che, in compenso, ne traboccavano. In antitesi con il barocco imperante nelle regioni del Sud, al posto delle allegorie religiose e dei temi sacri, si moltiplicavano ritratti di gentiluomini e scene di interni popolati da personaggi femminili intenti in attività civili, come la scrittura. Il “secolo d'oro”, nella pittura fiamminga, fu dominato dai nomi di Rembrandt, Gerard ter Borch, de Hooch, Carel Fabritius, Jan Steen, Jacob van Ruisdael, Nicolaes Maes, Pieter Claesz, Frans Hals e, naturalmente, Jan Vermeer.

Nonostante la prosperità diffusa, la concorrenza tra gli artisti li portò a specializzarsi ciascuno in un genere autonomo. Pur essendo l'autore di estrazione cattolica, i ritratti di Vermeer riflettono la filosofia calvinista della ricerca del divino nel successo dell'azione umana che porta all'armonia e al benessere. Fu il pittore della serenità della vita casalinga e delle semplici consuetudini.


Marco Goldin, curatore della mostra
Carel Fabritius, Cardellino (1654)

Ironia della sorte, Vermeer, che ebbe 11 figli, anche in virtù di una produzione artistica, al contrario, numericamente insignificante, visse di stenti. È risaputo che utilizzasse pigmenti molto costosi che hanno donato alla sua opera una preziosità che salta subito all'occhio. Oltre ai debiti, ha lasciato 34 minuscoli dipinti di cui si è a conoscenza. I suoi colleghi, in confronto, producevano una trentina di dipinti all'anno.

Johannes Vermeer, Diana e le sue ninfe, (1653-1654)
Nicholas Maes, Vecchia merlettaia (c. 1655) Jan Steen Ragazza intenta a mangiare delle ostriche (c. 1658–60)
Studio di cavaliere con berretto piumato (c. 1635).
Gerard ter Borch Donna che scrive una lettera (c. 1655)

Nel corso di circa 45 anni di carriera, Rembrandt portò a termine oltre 600 dipinti, quasi 400 incisioni e 2,000 disegni. I suoi ritratti sono straordinari (qui sotto il suo Studio di cavaliere con berretto piumato). Fuori dal coro, nel suo lavoro il maestro di Leida, per propria dichiarazione, s'adoperò per raggiungere «il “moto” più grande e naturale», sia nell'accezione di “emozione” che nel senso di “movimento”. La critica concorda nel puntualizzare come Rembrandt nella sua opera abbia ottenuto di fondere il terreno con il divino, come appare evidente dalla sua Susanna bibblica, tratta dal Libro di Daniele.

Fabritius, allievo di Rembrandt, si distaccò dallo stile austero del maestro, sviluppando un suo alfabeto fatto di soggetti semplici, illuminati delicatamente e ritratti su sfondi chiari. Il Cardellino (1654) rappresenta un volatile dipinto su di una piccola tela (cm33.5x22.8) con colori freddi, sullo sfondo di un muro chiaro, legato alla sua mangiatoia con una catenella.

Jan Steen si specializzò nel dipingere gruppi numerosi ritratti nel corso di scene conviviali, spesso come metafora dell'opulenza ma anche della rozzezza dei suoi concittadini. Nel suo «Quando il vecchio canta, il giovane fischietta», si fa riferimento a un vecchio proverbio. La tavola di medie dimensioni (cm134x163) rappresenta il rinfresco che segue un battesimo in cui gli adulti fanno a gara per dare il cattivo esempio con comportamenti contrari al senso comune e alla buona educazione. L'artista però fu in grado di adattare la pennellata anche alle tele più piccole. Le ostriche e il pepe sono considerati afrodisiaci. La Ragazza che ammicca all'osservatore dalla minuscola tela (cm20.5x14.5) lascia intendere che allo snack possa far seguito un estemporaneo fuoriprogramma.

Per ricapitolare, nel gruppo dei 37 troviamo, oltre ai già citati capolavori di Vermeer e Fabritius, le opere di Rembrandt van Rijn: Il canto di lode di Simeone (1631), Studio di cavaliere con berretto piumato (c. 1635), e Ritratto di un vecchio (1667); ancora Johannes Vermeer, Diana e le sue ninfe, (1653-1654); Frans Hals: ritratti di Jacob Olycan e Aletta Hanemans (1625); Pieter Claesz: Vanitas, natura morta (1630); Nicholas Maes: Vecchia merlettaia (c. 1655); Gerard ter Borch: Donna che scrive una lettera (c. 1655); Jan Steen: Ragazza intenta a mangiare delle ostriche (c. 1658–60) e “Quando i vecchi cantano, i giovani fischiettano” (c. 1665); Jacob van Ruisdael: Vista di Haarlem con terreno evanescente (c. 1670–75); infine, Adriaen Coorte: Natura morta con 5 albicocche (1704).

Un buon motivo, secondo noi, per saltare sul treno e fare un viaggetto a Bologna, per una parentesi culturale in compagnia della pittura fiamminga.

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