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Home Avventura Interviste A Buenos Aires, ospite del Comandante

A Buenos Aires, ospite del Comandante

Affondamento del General Belgrano (1982)Ribattezzato General Belgrano fu un tempo un incrociatore leggero americano (USS Phoenix) che scampò a Pearl Arbour e successivamente venne venduto alla Marina Argentina. Durante la guerra delle Malvinas, il 29 aprile 1982, la nave fu colpita in un controverso attacco da parte del sommergibile nucleare britannico HMS Conqueror. Dei 1093 marinai a bordo 275 circa morirono nell'esplosione. Altri cinquanta non sopravvissero al naufragio. Circa 460 dei sopravvissuti furono recuperati nelle fredde acque della Terra del Fuoco (55° 24′ 0″ S, 61° 32′ 0″ W) da una delle navi accorse in aiuto. L'intervista all'allora comandante di quella corvetta soccorritrice, Alvaro “Buby” Vasquez, registra la testimonianza di un protagonista di un salvataggio drammatico (Testo di Maria Pia Corpaci)


 

Il vice capo di Stato Maggiore della Marina Alvaro “Buby” VasquezBuenos Aires. Sono le 7.30 del mattino. In giardino gli uccelli vanno e vengono; albero, prato, camelia, albero. Le cicale hanno gia’ cominciato il loro frinire latino, che termina in un urlo stridulo e dolente. Anche oggi farà molto caldo. Sto prendendo il mio consueto cafe con leche fuori, mentre fumo la prima, gustosa sigaretta del mattino, quando sento movimento in cucina. «Ciau?» interrogo la porta socchiusa, che si apre immediatamente. È Buby, padrone di casa, fratello della mia amica Ines ed ex ufficiale della Marina in pensione, fisico asciutto anche se con un accenno di pancia, occhiali e sguardo indagatore che si sofferma censorio sul fil di fumo che si alza dalla mia mano. Rinuncia alla filippica per ripiegare su un «Ciau, già sveglia?» Lo sa che sono mattiniera; è qualche giorno che ci incontriamo in giardino prima che l’aria si faccia rovente e zittisca le cicale. L’altro ieri gli ho chiesto dell’attestato appeso in salotto, quello con la fila di medaglie accanto. «Mi racconterai la storia prima che parta, vero?» gli ho anticipato, per lasciargli il tempo di riordinare i ricordi e vincere il suo comprensibile riserbo d’eroe. Oggi sarà il giorno: domani è lunedi’, è la vigilia della partenza e non avrò la stessa disposizione d’animo, sarò già mezza partita per tornare a casa. Lo lascio prepararsi il té con il pane abbrustolito, apparecchiarsi la tavola e preparare il vassoio della colazione da portare alla moglie più tardi, a letto, come si conviene a una signora. Gli lascio assaggiare il té, mordere la prima fetta di pane e miele e attacco: «Allora, me la racconti la storia delle Malvine?»

“E’ una faccenda lunga – nicchia – risale a molto tempo fa. Queste isole….»

«No – lo interrompo, subito raggiunta da un’occhiata quasi feroce - la storia delle Malvine non mi interessa mucho – gli sorrido sorniona – volevo la storia di come ti sei guadagnato le medaglie appese di là». Sospira, addenta un’altra fetta di pane, beve un sorso di te. Poi prende fiato e comincia il suo racconto. Accendo la seconda sigaretta e mi metto comoda.

«Erano le 9 di sera. Avevo 39 anni ed ero comandante di una corvetta d’appoggio ai mezzi impegnati alle Malvine, attraccata al porto di Ushuaia, nell’estremo Sud del paese. Era il 2 di maggio del 1982 e pioveva, mentre il vento gelido che qui non ha mai pace, accompagnava le onde a infrangersi a riva e i fulmini solcavano il cielo nero al largo. Avevamo cenato da poco e mi preparavo alle ultime operazioni prima di andarmene a dormire quando arrivò l’ordine: Il General Belgrano, incrociatore della Marina Argentina, era sparito dai radar; dovevamo recarci nella zona dell’ultimo avvistamento, ritrovarlo e prestargli assistenza oppure, se necessario, rimorchiarlo a Ushuaia. Ci mettemmo subito in mare con la previsione di arrivare in vista dell’incrociatore alle prime ore del mattino. Sapevo che non avrei dormito tutta notte. L’incrociatore era quasi antico, dislocava circa 13.000 tonnellate e il temporale non dava segno di voler chetarsi. Come noi, altri mezzi prossimi alla zona d’ultimo rilevamento del Belgrano erano stati mobilitati. Li sentivamo regolarmente sulla radio, ma non sarebbero stati in vista sul radar ancora per ore, e sembravano piu’ distanti di noi dall’obbiettivo. Io pensavo e ripensavo le manovre che avrebbero potuto consentirmi di rimorchiare quel gigante senza procurarmi danni, un’impresa non proprio semplice, con vento teso e onde di oltre 10 metri. Sempre che fossimo arrivati lì per primi.»

«Nelle primissime ore del mattino il nostro radar segnala un aereo in avvicinamento. È argentino, mi viene comunicato con un certo sollievo dal secondo. Il pilota mi conosce, ha notizie dell’incrociatore. “Ciao Buby – mi dice - Ho sorvolato qualche decina di scialuppe a circa 80 miglia a sud da qua, ma del Belgrano neanche l’ombra; affondato”. Sono passate da poco le tre del mattino. In pochi secondi tutte le mie strategie di rimorchiaggio vengono spazzate via, mentre prende forma velocemente l’esatta entità dei fatti. Ci informa l’amico Gutierrez dal cielo sopra di noi che il Generale Belgrano aveva a bordo 1093 persone. Che aveva 50 scialuppe attrezzate per 20 uomini ciascuna. Ci da il punto. Comincio ad essere stanco. Con un caffè caldo rimetto in moto il cervello. Perché questo è il compito del comandante a bordo: Pensare!»

Buby mi guarda e mi sorride. Si versa un’altra tazza di te. Non vede che armeggio per farmi la terza sigaretta. La giornata comincia male sul versante fumo.

«Smetto di comunicare con il comando e mi dirigo a tutto motore verso il punto comunicatomi da Gutierrez. Ci vorrà ancora qualche ora e nel frattempo mi dedico ad organizzare il recupero dei superstiti. Arriviamo in vista della prima scialuppa poco prima delle otto. Per fortuna è giorno. Il mio equipaggio è di 60 persone in tutto, organizzate in gruppi di lavoro, ognuno con il suo ruolo specifico. In coperta il pilota e il secondo, che guidano la nave e io che penso e guido loro. Sulla torretta, gli avvistatori, che devono avvistare e tener d’occhio le scialuppe, con questo mare, perderle è facilissimo. La prima scialuppa viene recuperata dagli uomini alle cime, mentre un subacqueo in scafandro e’ pronto a gettarsi in mare per facilitare l’aggancio della scialuppa e il recupero dei marinai a bordo. Una volta recuperati, vengono affidati all’accoglienza, che li aiuta a spogliarsi e rivestirsi, indirizza i contusi, i congelati e gli ustionati alla sala mensa allestita da ospedale di fortuna, dove il dottore, un volontario civile, e i suoi improvvisati assistenti fanno quello che possono con le risorse dell’infermeria di bordo e delle cassette recuperate dalle scialuppe. La cambusa lavora con due squadre per sfamare e riscaldare i superstiti. Proviamo ad affondare la scialuppa ormai vuota ma senza successo e desistiamo quasi subito. Uno spreco di tempo e risorse preziose. Gli uomini destinati all’affondamento scialuppe vengono inviati sotto coperta.»

«Imbarchiamo anche il comandante del Belgrano, che ospito nella mia cabina. Io non ci starei comunque. Dormo quando non ce la faccio più, per 10 minuti, in un angolo della coperta. Prima di ritirarsi, il comandante mi dice che l’incrociatore, colpito da due siluri, è affondato in 40 minuti, dandogli il tempo di organizzare l’evacuazione dei superstiti dalla nave. Tutto si e’ per fortuna svolto con grande ordine e tutti i superstiti, circa 800 uomini, hanno abbandonato la nave.»

«Per le 5 di sera abbiamo recuperato 24 scialuppe, con circa 460 uomini traumatizzati e semi congelati accolti a bordo. Me n’è morto solo uno, un ragazzo di vent’anni. Assiderato. Non siamo riusciti a riprenderlo. E le scialuppe che contenevano solo cadaveri erano quelle con pochi uomini a bordo, cinque o sei; in tanti si tenevano caldo a vicenda e riuscivano a sopravvivere. Abbiamo ripreso contatto con il comando e siamo ripartiti alla volta di Ushuaia che il buio era ormai già fitto. Arrivati in porto a Ushuaia alle 5 del mattino, dopo 48 ore senza dormire, ho dovuto mandare la barca all’assistenza. Non avevamo più niente a bordo: né divise né abiti civili, né materassi, né tende, né coperte, né cambusa. Me l’hanno resa dopo tre giorni.»

Buenos Aires, Fontana delle Nereidi, opera della scultrice Dolores Lola Mora Vega (foto M.P. Corpaci)«Nell’affondamento del Belgrano sono morti 323 giovani marinai.»

Buby guarda il fondo della sua tazza del té per qualche secondo. Quando alza lo sguardo mi fulmina mentre mi faccio un’altra sigaretta. «Bisogna curarla, la vita, sai? Bisogna proteggerla». Me lo dice lui, il vice capo di Stato Maggiore della Marina Alvaro “Buby” Vasquez. Quest’Argentina e’ davvero piena di sorprese!!!

(Buenos Aires 20-26 gennaio 2010)

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