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Home Arte Mostre EXPO. «E pur si move»

EXPO. «E pur si move»

A tre settimane dall'apertura dell'EXPO, l'esposizione universale concepita per concentrare l'attenzione di tutto il mondo sull'Italia, sulla città di Milano e sulla nostra capacità di “fare sistema”, è stato inaugurato il primo padiglione. All'esterno del perimetro, però: alla Triennale di Parco Sempione, dove due esposizioni a cura di Germano Celant celebrano, con modalità diverse, l'ininterrotto rapporto esistente tra l'arte e l'oggetto del nostro appagamento papillare, ora al centro dell'interesse dell'Esposizione Universale: il cibo (dal 9 Aprile fino al 1 Novembre 2015).


Foto © 2015 Cristina Risciglione - Tutti i diritti riservati
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Arts and food

La mostra si propone di ripercorrere la relazione tra l'arte e il cibo. 7.000 metri quadrati circa per esplorare le modalità in cui gli artisti, dal 1851, anno della prima Expo a Londra, fino ad oggi, hanno rappresentato il cibo, l'esigenza di nutrirsi e, di conseguenza, le occasioni conviviali che hanno visto comunità di umani riunirsi intorno a una tavola imbandita.

Se Germano Celant, storico dell'arte, ne è il curatore, lo studio di Italo Rota è ideatore dell'allestimento del padiglione ospitato nei locali della Triennale.

Di stanza in stanza, con un criterio cronologico, si possono osservare varie circostanze in cui gli artisti si sono espressi in relazione al tema dell'alimentazione e del cibo. Servizi di posate, mobili della sala da pranzo, mobili per la bottega e per il bar/pasticceria sullo sfondo di opere pittoriche del periodo adeguato o a stampe pubblicitarie dell'epoca; antichi frullatori e macchine del caffè; veicoli per il trasporto del latte; frigoriferi; dispensatori di bibite gasate, quando una bottiglia di Coca-cola costava 50 lire al distributore. Varia iconografia pubblicitaria che confluisce sulle tracce della pop art; Marcel Duchamp, Mario Schifano, Andy Wahrol e Roy Lichtenstein, su, su fino a Cindy Sherman e ai giorni nostri. In questo rapporto, non si sa bene quanto l'industria alimentare si avvalga dell'opera degli artisti per dare un'immagine ai suoi prodotti e quanto gli artisti si ispirino all'industria per la creazione delle icone che rappresentano l'epoca in cui vivono.

Sia in un caso che nell'altro, centinaia di opere, provenienti da musei, istituzioni pubbliche e private, collezionisti e artisti da tutto il mondo, accoglieranno il visitatore in città per l'Expo. Stuzzicandogli l'appetito.

Cucine e ultracorpi

Ispirata a una pellicola del 1956, L'nvasione degli ultracorpi, a sua volta tratto dall'omonimo romanzo di Jack Finney, l’ottava edizione del Triennale Design Museum, coerentemente col tema di Expo Milano 2015, si concentra sull'evoluzione delle apparecchiature impiegate nelle nostre cucine che, da semplici elettrodomestici, si stanno trasformando in automi in grado di svolgere, in prospettiva, le stesse funzioni degli umani. O quasi.

Cucine & Ultracorpi”, a cura di Germano Celant, sviluppata in collaborazione con Silvana Annicchiarico documenta il percorso che ha permesso alle macchine da cucina di trasformarsi sotto i nostri occhi. Come gli alieni che si insinuano nelle comunità di esseri umani confondendosi tra essi, per poi agire per prenderne il sopravvento, questi oggetti sono diventati di uso comune, arricchendo anche la funzione che svolgono, da pura utilità a oggetti d'arte che abbelliscono gli ambienti nelle quali sono stati concepiti per operare. Insomma, ci hanno letteralmente conquistato.

L'obbiettivo della mostra è di documentare sotto i nostri occhi la trasformazione subita da questi utensili – dal frigorifero al microonde, dalla caffettiera al tostapane, dal trita rifiuti alle cappe assorbenti, dai bollitori ai mixer, dalle friggitrici alle gelatiere – a noi così familiari da diventare invisibili. Se diamo per scontata la loro presenza, certamente non possiamo ricordare l'aspetto che li caratterizzava una cinquantina d'anni addietro, insieme al packaging, ai manuali d'istruzione e ai bozzetti pubblicitari che ci hanno convinto della loro indispensabilità. A meno che qualcosa, come questa mostra, ce lo faccia ricordare

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