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Abbazia di San Galgano

Originario di Chiusdino, un comune della provincia di Siena, il cavaliere Galgano in gioventù si distinse come un soggetto caratteriale che accumulò una serie di azioni riprovevoli. A un certo punto della vita, tuttavia è certo che abbia sentito il bisogno di cambiare registro. La leggenda narra che fu visitato dall’Arcangelo Gabriele che lo indirizzò sulla via che porta a Montesiepi. (di Cristina Risciglione e Renato Corpaci)


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Qui Galgano si stabilì per dedicarsi alla meditazione e a Dio.

Si racconta che la svolta esistenziale sia stata stigmatizzata da un gesto a effetto: il penitente avrebbe conficcato la propria spada nel terreno per trasformare simbolicamente lo strumento di arroganza e di supremazia mondana in una croce.

Questo gesto che ci riporta al ciclo dei Cavalieri della Tavola Rotonda, stabilisce un legame tra Galgano e Guglielmo di Malavalle che null’altri sarebbe se non Guglielmo d’Acquitania, padre di Eleonora, disperso sulla via di Santiago de Compostela e ricomparso qualche anno più tardi nell’Eremo di Malavalle, in Maremma. Alla corte di Eleonora, Chrétien de Troyes concepì la leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda e del Santo Graal. Galgano potrebbe averla sentita raccontare da Guglielmo stesso. O, al contrario Guglielmo potrebbe aver ispirato Chrétien. Tipici enigmi medievali, che ignorano le frontiere e i chilometri che dividono lontane contrade.

Galgano morì nel 1181 a Montesiepi e intorno al sasso che custodisce la spada, nel 1185, fu eretta una cappella rotonda che sovrasta dalla collina il luogo in cui, qualche anno più tardi, verrà edificato un monastero cistercense, un ordine di derivazione francese che prendeva a modello i benedettini. I lavori, iniziati nel 1218, furono completati cinquant’anni più tardi.

L’abbazia di San Galgano è stata costruita sulla direttrice Est-Ovest, con la facciata che volge al tramonto. La pianta a croce latina, è collegata all’estremità meridionale del transetto con la sala capitolare e con l’adiacente monastero.

Il tetto a doppio spiovente copriva le tre navate, divise da archi a sesto acuto sostenuti da pesanti pilastri appena alleggeriti da semi-colonne addossate ad essi.

Consacrata nel 1288, un’oculata amministrazione e alcune opera idrauliche ben riuscite (la bonifica dei terreni circostanti e un adeguato sfruttamento delle acque del Merse per le attività produttive del convento) portarono la comunità di monaci a sperimentare una notevole popolarità nel territorio senese.

Tuttavia, il successo fu di breve durata. Il declino interessò i tre secoli successivi. Quando l’abbazia fu affidata alla giurisdizione di un avido accomandatario, anche le condizioni dell’edificio cominciarono a deteriorarsi. Sul finire del 1700 il tetto era già crollato, il monastero ospitava una fattoria e le galline razzolavano indisturbate nella chiesa a cielo aperto.

Il restauro conservativo fu avviato nel 1924, al solo scopo di consolidare quel che ne restava.

Oggi, nonostante le sue condizioni o, se si vuole, proprio grazie a queste, l’abbazia staglia un’ombra di mistero sulla campagna circostante. L’interesse del visitatore che, percorrendo la Via Maremmana, incontrava le linee slanciate dell’abside quadrata, è oggi attratto, quasi calamitato, immediatamente verso l’interno, nudo ed esposto al cielo, alle nubi e ai capricci del tempo. Una lastra di pietra, in corrispondenza del presbiterio, posata su due basamenti che riprendono la forma dei pilastri, prova a ricordare che un tempo, in questo luogo, si celebrava un culto.

L’estremità meridionale del transetto conserva quel che rimane del rosone che doveva fregiare anche l’abside. A livello del terreno, una porta conduce direttamente alla sala capitolare.

L’esterno, che proietta saldamente verso l’alto i muri perimetrali, conserva un aspetto maestoso, adeguato alla dignitosa sobrietà di un luogo che un tempo incusse soggezione e rispetto e fu per i fedeli, ma anche per il governo di Siena, un punto di riferimento a cui attingere per competenze tecniche e consigli politici.

Le pietre, migliaia di pietre che si sovrappongono fino a raggiungere altezze vertiginose sono la prova lampante dell’eccellenza del lavoro compiuto da capomastri, carpentieri e da semplici manovali che vi hanno consumato l’esistenza nel tredicesimo secolo.

Sono le pietre le protagoniste di questo capolavoro. Rozzamente squadrate, erose dall’esposizione agli agenti atmosferici, ricoperte di muschio e di incrostazioni, instancabili nel sostenere la stabilità di queste mura, forniscono anche una fisionomia alla costruzione e ne acuiscono il fascino.

Consigliamo di passare la notte all’Agriturismo S. Galgano, proprio di fronte all’Abbazia - Tel./Fax (39) 0577 756 292 - 0577 751 041. Potrete immergervi nella suggestione del posto nelle ore migliori: il tramonto e l’alba.

L'Abbazia di San Galgano è aperta tutti i giorni con i seguenti orari:

- da NOVEMBRE a MARZO dalle ore 9:00 alle 17:30;
- APRILE, MAGGIO e OTTOBRE dalle ore 9:00 alle 18:00;
- GIUGNO e SETTEMBRE dalle ore 9:00 alle 19:00;
- LUGLIO e AGOSTO dalle ore 9:00 alle 20:00.

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