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La cattedrale di Maguelone

Ho visitato Maguelone la prima volta negli anni ‘70. Ero andato in Camargue a festeggiare la Pasqua con il mio mitico cane e l’amore dei vent’anni. Era la seconda volta che ci passavo, dopo aver assistito, qualche anno prima, al suggestivo Festival dei Gitani.


Photo © 2015 Renato Corpaci - Tutti i diritti riservati
Photo © 2015 Cristina Risciglione - Tutti i diritti riservati Photo © 2015 Renato Corpaci - Tutti i diritti riservati
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Avevamo trovato una stanza a Le-Grau-du-Roi, oltre il Piccolo Rodano, il braccio occidentale del Delta, appena fuori dalla Camargue. Sicché, un giorno, sulla Citröen Dyane, noi tre prendemmo la costa su una specie di acciottolato deserto verso La Grande-Motte, che allora manifestava già i primi sintomi di quella edificazione selvaggia che negli anni seguenti l'avrebbe aggredita insaziabile.

Superato questo centro turistico, ci avventurammo sulla lingua di terra sabbiosa che separa il Mediterraneo dall’Etang de l’Or, persistendo nel nostro procedere verso Ovest. Non si sapeva dove ci si stava dirigendo, dato che l’unico punto di riferimento visibile all’orizzonte erano le attrezzature portuali di Sète.

I miei ricordi si confondono. Rammento soltanto che a un certo punto la strada sterrata s’interruppe, costringendoci al cospetto di un edificio massiccio come una fortezza. Inaspettatamente, in quella località inabitata, ciò che ci si presentò davanti era una cattedrale.

L’atmosfera misteriosa, quasi magica ci invitò a penetrare nel luogo deserto con una certa timorosa reverenza, cercando di controllare l’eco dei nostri passi, bisbigliando. La balconata sovrastante ci faceva sospettare che qualcuno sorvegliasse i nostri spostamenti in quell’ambiente disadorno, tra i sarcofagi e le pietre tombali che emergevano dal pavimento. La nostra immaginazione ci portò a concludere che fosse la sede di una non meglio precisata congregazione di clausura e riprendemmo la via del ritorno.

Nelle quattro visite successive, nel corso di quarant’anni, avrei sempre desiderato ritornare sui passi di quell’esperienza esoterica, opportunità che si è infine recentemente concretizzata con la partecipazione al Festival Abrivado.

La particolarità della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Maguelone è di essere stata costruita su un lembo di terra circondato dall’acqua, a Sud di Monpellier e nei pressi di Palavas-les-Flots.

Oggi ci si può arrivare facilmente da Montpellier, ma il mio consiglio è ancora di raggiungerla via La Grande-Motte, addentrandosi nella speculazione edilizia. Una sequenza senza soluzione di continuità di agglomerati turistici aberranti che si susseguono fino a Palavas-les-Flots. Qualche volta ci sta. Perdendosi, vi si possono scoprire prospettive sorprendenti.

Superata Palavas-les-Flots il paesaggio non è cambiato. Ci si avventura sulla stessa strada sterrata di un tempo, lungo la stretta lingua di sabbia che divide il mare dalla laguna. Dopo circa 5 chilometri, si approda al grande spiazzo che oggi accoglie i veicoli dei visitatori.

La prima sorpresa, confrontando la mia labile memoria con la situazione odierna, è di trovare l’edificio quasi circondato da una macchia mediterranea – assente dai miei ricordi – che preclude la vista degli edifici.

Nell’antichità, Maguelone doveva essere un villaggio risalente al periodo romano, poi occupato dai visigoti che lo consideravano, seppur facilmente attaccabile dal mare – già difeso adeguatamente dal “Leone” – sicuro dalle scorrerie da terra. Nel quinto secolo a Maguelone già esisteva una cattedrale, poi trasformata in moschea durante il dominio saraceno. Nel 737 l’area fu liberata da Carlo Martello che, reduce dalla battaglia di Poitiers, non esitò a radere al suolo il luogo di culto contaminato dalle orazioni degli “infedeli”.

Il vescovo Arnaud lo fece ricostruire durante il suo pastorale (1030-1060) e fece altresì costruire un ponte di legno di 2 chilometri che lo collegava alla terraferma. Tuttavia, nemmeno quell’edificio resistette a lungo, dato che, nel XII secolo dovette essere eretta una nuova cattedrale a sostituzione di quella di Arnaud, a beneficio dei papi avignonesi. Il trasferimento della sede episcopale a Montpellier ne decretò il declino. Passò ai protestanti e per questo Richelieu nel 1632 ne decretò lo smantellamento e le sue pietre furono impiegate per la costruzione del Canal du Rhône a Sète. In seguito costituì un punto di partenza alternativo per i pellegrini che intendevano compiere il pellegrinaggio di Santiago de Compostela su un percorso più impegnativo.

Solo nel 1840, il podere di Maguelone passò a Jacques Bonaventure Frédéric Fabrège che restaurò la cattedrale e nel 1949 la famiglia la restituì alla diocesi.

La magia e il senso di mistero che emanava da quelle antiche pietre solitarie è oggi solo un vago ricordo. In compenso, dal 1967 l’associazione Compagnons de Maguelone si è spesa generosamente nella ricerca archeologica e nel restauro del patrimonio artistico e culturale. È stata istituito un centro di formazione e lavoro per portatori di handicap e annualmente viene organizzato un festival di musica antiqua. Anonimi cantori allietano le visite dei 120.000 visitatori che lo frequentano ogni anno. Le vigne che lo circondano producono un vino che a buon diritto può fregiarsi della denominazione di Grès de Montpellier.

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